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Genesi spirituale di un’automobile. Dal pistone alla coscienza.
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Genesi spirituale di un’automobile. Dal pistone alla coscienza.

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Genesi spirituale di un’automobile. Dal pistone alla coscienza.
Se ti ha incuriosito questo titolo troverai nelle righe che seguono un breve racconto che esplora alcuni aspetti dell’analogia tra uomo e macchina. Ma il concetto ultimo che inseguo è un altro, più elevato, più spirituale; ti chiedo solo pochi minuti per questa lettura e, chissà, magari proprio tu potresti trovare questo racconto interessante.

La metafora della genesi dell'automobile, dalla coscineza all'anima

«…ci vuole qualcosa di più intelligente. Ci vuole un salto quantico ed evolutivo, ci vuole una centralina elettronica.»

L’evoluzione nella metafora dell’automobile: dalle origini alla modernità, un viaggio nella genesi del nostro “io”.

Quella sera i grilli cantavano e le stelle vivide d’estate danzano felici nel cielo. Una vecchia automobile, una di quelle dei primi del ‘900, giaceva triste dentro un vecchio garage.

È qui che incomincia la nostra storia, quella dell’automobile che cresce e si evolve da semplice mezzo a qualcosa di molto più complesso, magico e spirituale.

All’origine c’erano solo quattro ruote, un motore e un volante, sostanzialmente montate su una carrozza senza più cavallo. Poi passano gli anni e l’automobile diventa più veloce, smette di essere bambina e si veste alla moda del Charleston, carrozzerie specializzate cuciono «vestiti» adatti al periodo, i parafanghi coprono le ruote nude e i lunghi cofani sottolineano l’importanza del proprietario della macchina. Erano gli anni di Al Capone.

Finalmente arrivano gli anni ’50 e ’60. Dall’America arrivano le Thunderbird e le Cadillac, grandi e costose. Qui da noi arriva la 500. Gli anni ’80 furono una ripetizione povera di antichi splendori, poi dalla metà degli anni ’90 arriva la «sicurezza» e l’automobile, esplorata già in lungo e largo, comincia a mutare dal profondo, diviene sempre più tecnologica e diventando sempre più potente deve necessariamente diventare sempre più sicura.
Non solo cinture e poggia testa, ci vuole qualcosa di più “intelligente”.

Ci vuole un salto “quantico”, un salto evolutivo, ci vuole una centralina elettronica.
Primitiva, rudimentale ma pur sempre un piccolo cervello elettronico.

Da principio l’automobile non seppe bene cosa farne del suo nuovo cervello, poi imparò a controllare il livello dell’olio e della benzina. Riuscì persino a capire se il livello era alto o basso, pieno e vuoto. Sembra poco ma per essere una macchina era già molto. Passò un po’ di tempo e le successive generazioni  di «auto sapiens» impararono a frenare sulle quattro ruote in modo indipendente, così da bilanciare l’intera frenata, impararono a capire a quale velocità potevano viaggiare, a quale distanza era il primo oggetto, sia davanti che dietro.

Già ma davanti a cosa? dietro a che?

L’automobile percepiva, attraverso il suo cervello sempre più evoluto, e tramite i suoi nuovi sensori, un mondo intorno e dentro di se. Un mondo strano. Dentro sembrava composta di più parti che interagivano tra loro ma c’era anche dello spazio vuoto. Ogni tanto sentiva un peso, a volte sopra, a volte nella parte posteriore. Poi sentiva un liquido oleoso che gli circolava dentro e una sostanza più secca che era in continuo movimento, infatti saliva e scendeva di livello sempre molto velocemente e quando mancava si sentiva morire di sete, fino allo sfinimento. Gli dette il nome di “carburante”.

«Doveva essere qualcosa di importante» pensò l’automobile.

Passava da momenti di estrema quiete, a volte anche molto lunghi, (riusciva a capire che trascorreva del tempo da che era stata collegata all’orologio) ad altri dove si svegliava di soprassalto e aveva un’impellente necessità di movimento e di muoversi e… andava. Ma la macchina non sapeva dove andava.

Nel mondo dell’automobile c’erano strane cose anche nel suo «di fuori», a dir il vero non c’erano sempre, ma capiva che forse c’erano sempre state ma solo quando erano vicine le poteva davvero sentire. Doveva essere in «prossimità» degli oggetti per percepirli attraverso i suoi sensori sul paraurti.

C’era anche un’altra cosa inspiegabile. Possibile che era la sola, l’unica automobile in quel mondo così difficile?

«E poi c’erano anche quegli strani fenomeni che si ripetevano in modo stagionale, quella strana sensazione di … come una cosa fredda che ti entra nel metallo. Mi vengono i brividi solo a ripensarci. E dopo un bel po’ che ero li e mi congelavo, sempre tra il riposo e l’involontario movimento, piano piano sentivo di «sentirmi» strana, senza forza, come se avessi avuto la febbre, bollivo. Era terribile, a volte arrivava anche a 60° dentro, un po’ meno fuori…lo so perché me lo diceva il mio strumento termometro…»

E così a furia di sentire e percepire il mondo sempre meglio, l’automobile sviluppò una coscienza, un «esserci», un riconoscersi, un pensare. Anche se ancora non capiva molti misteri che la circondavano e che rimanevano insoluti.

Ad esempio: con il suo nuovo sensore riusciva a sentire una sensazione di peso all’interno della sua pancia. Questa semplice informazione gli faceva mettere in moto tutta una serie di azioni e reazioni a catena. D’un tratto si sentiva viva, tutti i sensori inviavano informazioni, le spie si illuminavano, la sua batteria finalmente liberava l’energia e i pistoni cominciavano a muoversi … era tutto bello, pieno, perfetto ma l’automobile cominciò a chiedersi «perché».

Perché accadeva tutto ciò e senza il suo controllo?

Perché in alcuni momenti riusciva a sentirsi viva e in altri si sentiva morta? Perché percorreva chilometri, ma sopratutto dove andava? E perché andava?

Evolvendo l’automobile si interrogava sulle questioni più grandi e si chiedeva:

«chi sono io?»
«sono un ammasso di lamiera o sono solo un cervello che pensa nel vuoto?»
«chi mi guida davvero nei miei passi ?»
«chi ?»

[…]

E così alla fine

l’automobile accettò la misteriosa presenza che l’abitava, era un’entità che sentiva «di dentro», completamente diversa, difficile da capire e impossibile da vedere, almeno per il momento.

«Ha un’altra forma, non è come me, non è un’automobile, è fatta di un’altra materia … non si vede ma la sento, non sembra metallo o plastica, sembra addirittura organica … ma non so, non l’ho mai vista. Nessuno l’ha mai vista. Penso che forse è invisibile, o forse solo una fantasia…»

A furia di pensare

e riflettere sulla questione, a forza di esprimere pareri e opinioni sull’argomento, l’automobile, ha dato un nome all’entità presente dentro di lei

l’automobile la chiama Pilota. Noi uomini la chiamiamo Anima.

 


Per chi volesse approfondire ecco alcuni link utili:

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Marco Michelangeli

PENSO, SOGNO, CREO. La mia vita è fatta di colori e meraviglie, di sensazioni e intuizioni, nella quotidianità e nel lavoro. Con oltre venti anni di attivitá nel settore, progetto, penso e disegno Grafica, Siti web, Applicazioni, Illustrazioni, Cataloghi, Cartoni animati, Video, Azioni di marketing e molto altro ancora. Anche come consulente.

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Commenti

2 risposte

  1. L’atmosfera è molto dolce, e molto piacevole. Per me puoi essere anche meno titubante e più padrone del messaggio che vuoi dare, non corri il rischio di sembrare ammaestratore saccente, non mi sembra, pensaci. Io darei un nome proprio alla macchina, Carolina? Giggetta? Pallina? Boh…? Arrivato alla conclusione mi è dispiaciuto perché avevo fatto la bocca a un bel racconto ed è finito subito a metà. Rispetto al messaggio è molto fresco e spontaneo, potrebbe avere uno sviluppo nella direzione di lasciare confrontare la macchina con altre macchine per il risveglio condiviso. Potrebbe… Altri pensieri li ho ma non è farina del mio sacco, Gurdjeff ha insegnato la meccanicità della vita dell’uomo e ha risvegliato la consapevolezza con la sua Scuola. Il libro che ti indico è OUSPENSKI-frammenti di un insegnamento sconosciuto. Io per continuare la tua storia NON lo leggerei, ma per capire fino a quanto siamo meccanici e non solo, te lo posso consigliare.

    1. Grazie Pierpaolo per le tue parole, mi danno la voglia di continuare e migliorare questo racconto. E grazie per i consigli che terrò in seria considserazione. A presto.

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